“Un arcobaleno negli occhi”    
Acquerelli di Ermes Carassiti

"...La ricerca vive delle emozioni che ogni giorno affiorano dalla vita;
...importante è che non si depositi il fondo..."   (Alfonso, mio padre)

Ermes Carassiti, è un artista silenzioso, un uomo discreto, nel senso che non ama i clamori delle “vernici” né gli effervescenti dibattiti sull’arte. Ama il suo studio, un piccolo attico al sesto piano in quel di Ozzano che guarda le colline che si proiettano armoniose e dolci verso la Toscana; alle sue spalle l’immensa, ubertosa pianura romagnola che si perde oltre l’orizzonte dentro l’Adriatico. Tutto sommato un mite, mite solo in apparenza, in realtà è un artista di temperamento, fantasioso, brillante dotato di una forza creativa eclettica che gli ha permesso di passare con disinvoltura dal surrealismo all’iperrealismo, dall’informale, al figurativo, ottenendo sempre consensi, affermazioni, successo. Poi, all’improvviso, un calcio, si fa per dire, ai pennelli, agli oli per la creta, per la ceramica. Dalle sue mani, a differenza di quelle che canta Cavaradossi nella Tosca, niente affatto "mansuete e pure" nascono capolavori come le maschere a volte tragiche a volte grottesche; interpretazioni moderne delle antiche maschere del teatro greco, di quello romano o della “commedia dell’arte”; espressioni forti di un passato che ha mantenuto intatto, in virtù delle mani di Carassiti, una suggestiva attualità, per certi versi surreale. Oggi pur non rinnegando nulla del suo percorso artistico, né tanto meno la ceramica, ritorna con rinnovato entusiasmo ai pennelli, in una tecnica da “brivido”: “l ‘acquerello”. Molti sono i pittori e molti sono bravi, pochissimi gli acquerellisti veri: questa è l’equazione. Infatti l’acquerello, come è noto, richiede una “mano sicura”, non necessariamente ferma, ma “decisa”. Occorre altresì fantasia senso della cromatica e della prospettiva. Ermes Carassiti, non solo possiede tutte queste eccelse caratteristiche, ma aggiunge una virtù più unica che rara: “un arcobaleno negli occhi”. I suoi acquerelli stanno qui a dimostrarlo.
(Cesare Bianchi - Giornalista e scrittore)

Gli acquerelli che Ermes Carassiti presenta oggi, realizzati molto sinteticamente in atmosfere ovattate e talvolta con lo sguardo ravvicinato, con colori limpidi, ricordano quanto acutamente ebbe a scrivere, nel 1985, Vittorio Sgarbi presentando le tele di Carlo Guarenti a Cortina d’Ampezzo: “si tratta, in gran parte, di nature morte e di vedute, quasi a significare una indifferenza per il soggetto, una riduzione della fantasia e dell’invenzione, perché il pensiero non debba restringersi per passare nelle strettoie dell’aneddoto. Qui il pensiero equivale alla luce.
La luce, infatti, si distende larga, uniforme, piana, su questi oggetti, tavole a cavalletto, solidi geometrici, frutta, architetture”.
Compaiono così, nelle opere di Carassiti, interni con letti dalle coperte disfatte, sedie con chitarre, archi di un borgo antico, nature morte con sveglie, penne e calamaio, vecchi tralci di vite: un piccolo universo di cose semplici, che fanno parte della quotidianità, in particolare di chi vive in un centro minore, appartato ma non per questo distante dai problemi attuali della cultura e dell’arte contemporanea. Carassiti presenta la sua produzione di quest’ultimo anno, attestando un impegno convinto e coerente: un lavoro di ricerca seria.
(Emilio Contini, ex Direttore dell'Accademia Belle Arti di Bologna)

“...Una serie di dipinti ad acquerello che mi ha molto emozionato perché, oltre al respiro poetico dei soggetti trattati in ogni dipinto, ho potuto constatare la perfezione dell’impianto grafico, sorretto da una sapiente colorazione che tiene conto effetto, luci ed ombre, dando così maggior risalto alla prospettiva...
Ermes, un artista completo, perché alle sua peculiari capacità espressive, che vanno dalla pittura alla scultura, sa aggiungere una buona dose di creatività, indispensabile elemento per raggiungere le alte vette della vera Arte”.
(Romano Bonaveri, scultore)

 

Sugli oggetti, gli angoli e gli scorci di paesaggio che Ermes Carassiti dipinge non scorrono le ore del giorno, né il variare delle stagioni. La luce che rischiara le cose è quella del tempo fissato nella memoria, nel ricordo.
La tecnica usata è quella dell’acquerello, difficile da rendere ed ardua nel definire i soggetti. Occorre mano leggera e ferma nel contempo, sensibilità massima nel dosare l’acqua e il colore, occhio penetrante nel restituire sulla carta le ombre, i chiaroscuri, i volumi che si vogliono eseguire. Qui, in questi frammenti di mondo ripresi da stagioni trascorse o da emozioni, anche minime, vissute a contatto con gli oggetti, si svela un mondo intimo e discreto, un trepido chiarismo che ripulisce l’occhio e rasserena la mente. E’ proprio in questo familiare colloquio con le cose che sta la visibile emozione di questi acquerelli, nella ricerca discreta ma profonda di una sostanza e di un senso, che è poi quello che l’estetica contemporanea conferma e che era già stata intuita dal Pascoli, quando sosteneva che la poesia è nelle cose che vediamo, negli oggetti che ci stanno attorno, e che usiamo ogni giorno.
Questa poesia della quotidianità Carassiti riesce a coglierla con il colore, cosi come il poeta fa con le parole, restituendola sulla carta, avvolta nel silenzio e che si rivela, quasi tangibile, intorno ad ogni scorcio di realtà che l’occhio del pittore ha deciso di catturare e di collocare sul foglio.
Dalle ombre discrete, dai teneri colori, dalle silenziose figure che talvolta appaiono in questi dipinti, affiora, tra la levità delle tinte, una sottile, penetrante malinconia, che sembra denunciare la caducità delle cose, rimaste vive nella memoria, ma quasi assenti dalla tumultuosa vitalità del momento. Gli oggetti, i frammenti di paesaggio, si isolano, si allontanano discreti dal vibratile battito della vita per appartarsi nel silenzio, e restare fissi e immemori con la dolcezza e il rammarico di qualcosa che non c’è più, ma che tuttavia resta presente con la fissità di ciò che è stato e che si è come cristallizzato in un tempo indefinito.
E’ per questo, credo, che le opere di questo artista rimangono così visibilmente comprensibili nella loro figuratività e, nello stesso tempo, avvolte da una misteriosa sensazione di evanescenza, di assenza metafisica pur nella dolcezza del colore e nell’equilibrio delle forme. E’ l’invenzione preparata da niente, è l’immediatezza di una suggestione, di cui l’immagine resta metafora, è l’esposizione discreta e minimalista di un inventario di sensazioni, di sentimenti, di emozioni tipiche della pittura moderna, che ormai trascura i contenuti (siano essi figurativi o no) e cerca di raccontarci, per simbologie o metafore ridefinite poi in immagini e forme, ciò che si muove nel più profondo dell’inconscio, dell’affettività o della memoria dell’uomo.
Prof. Gianluigi Zucchini
Docente dell’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Bologna

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     ERMES CARASSITI     
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