“Maschere e Mistero”    
Opere in ceramica di Ermes Carassiti

  

Un viaggio intorno al mondo, attraverso le MASCHERE, mi attirava.
Maschere rituali, di guerra, teatrali o semplicemente decorative, ovunque si andasse erano sempre cariche di mistero.
Le Maschere erano accomunate dalla terra, dall’acqua e dal fuoco: tre dei quattro elementi che compongono un’opera di ceramica. Qual’era il quarto misterioso elemento?
Nelle varie regioni della terra, dall’Europa al Borneo, dal Giappone all’America centrale, da Thaiti alla più sperduta isola polinesiana, quando l’uomo si accingeva a realizzare una MASCHERA, trasfigurava in essa proprie sensazioni e conoscenze.
Sebbene religioni, filosofie e lo stesso concetto del Bene e di Male fossero ben diversi fra le varie etnie, un elemento accomunava questi artisti ed artigiani: “l’anima”.
Era questo il quarto elemento da ricercare?
Quale mistero si celava dietro la MASCHERA?
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Quale mistero si celava dietro la MASCHERA?
Quale stato d’animo poteva avere l’artista peruviano che, nel lontano 600 a.C., cercava una propria “formula magica” per stilizzare, evocandolo come ultraterreno, un giaguaro?
E con quali turbamenti poteva immaginare la maschera, raffigurante il Demonio, un artigiano ceramista che viveva nella frantumata Europa medioevale?
Rispondere a queste domande significava cercare di condividere la sorte di queste culture, oggi scomparse, e ciò mi affascinava.
Era impossibile certo scoprire Il “quarto elemento” ma cercare di intravvederlo, immedesimandosi in quell’artista o in quell’artigiano, era almeno lecito tentare.
Ermes Carassiti

 

Premessa del Prof. Aulizio Francesco
Docente di Storia della Medicina presso l'Università di Modena.

Poiché non sono un antropologo, né un geografo, neppure un viaggiatore, sarebbe stato opportuno che io non avessi preso in mano la penna per scrivere questa nota o introduzione o premessa che dir si voglia. Sono un medico ed uno storico della medicina e sono stato messo in rapporto con Ermes Carassiti da un comune amico, tale Marino Fregnani, dandosi il caso che sono da molti anni appassionato collezionista di maschere di ogni continente.
Qualche mese fa Carassiti, alle prese con la realizzazione di un progetto, da un lato ambizioso, dall’altro entusiasmante, certamente molto apprezzabile, ha avuto la luminosa idea di chiedermi il presente scritto che ho steso volentieri, tuttavia con titubanza, perché mi sento poco preparato a fare una cosa del genere.
L’opportunità che da vari anni mi si offre, di poter raccogliere maschere, grazie alla collaborazione di molte persone che vanno per il mondo, tra queste uno dei miei figli che vive e lavora in Costa d’Avorio, ha fatto sì che diventassi appassionato collezionista, il che non vuol dire studioso delle stesse in senso professionale.
Pertanto non parlerò di maschere rituali e sciamaniche, né dello sciamanismo e delle estasi relative, dei riti di vita e di morte, del medico-mago e così via. La maschera mi interessa sul piano artistico, su quello medico, quando se ne presenta l’opportunità e sul piano culturale. In senso linguistico che cosa è, che cosa rappresenta e che cosa si intende per maschera? Il dizionario etimologico di Cortellazzo e Zolli ci fa sapere che è un finto volto confezionato con materiale vario, provvisto di fori per gli occhi e la bocca, prodotto per alterare i lineamenti del viso per non farsi riconoscere per motivi rituali, teatrali, giocosi ed altri ancora. L’origine del termine è incerta e discussa. Forse deriva da masca (Piemonte e Liguria), nome che vien dato alla strega. Nel tardo latino striga e masca erano sinonimi. Quindi da questi brevi accenni linguistici la maschera è uno strumento che serve a nascondere il viso di chi la indossa.
I motivi sono i più diversi e qui entra in gioco l’antropologia. La ritualità religiosa il più spesso si serve dell’uso della maschera nelle civiltà a noi lontane nel tempo ed in quelle dei continenti extra-europei. Tuttavia anche in Italia ed ancor oggi, questa viene usata per cerimonie dall’aspetto paganeggiante, a scopo propiziatorio. In Costa d’Avorio si usava in passato una mascherina della lunghezza di non più di 10 cm., come dire tascabile, detta passaporto, perché al viandante che la portava con sé. e che si spostava da una tribù all’altra, era così possibile dimostrare la sua provenienza, avendo ogni tribù un proprio modello di maschera per tale scopo. La maschera lunare, invece, veniva dalla donna ivoriana appesa all’esterno della propria capanna nei giorni delle mestruazioni, probabilmente per far conoscere a chi interessato, la propria indisponibilità o la propria impurezza. Da notarsi il nome dato alla maschera evidentemente per l’influsso che la luna avrebbe sulla periodicità del ciclo della donna. E non posso certo elencare tutte le caratteristiche proprie di ciascuna maschera, basti dire che alcuni visi di queste sono tatuati, altri ricordano le mutilazioni della lebbra, altre ancora sono eseguite in modo estremamente grossolano e, tinte di caolino, presentano un aspetto triste ed affamato. A volte le venature del legno vengono sfruttate per modellare barba e baffi, alcuni piccoli esemplari della Val Gardena sono in questo senso molto dimostrativi; mentre le maschere polinesiane sono coloratissime e nei colori predominano il rosso ed il bianco. Si tratta il più spesso di mostri più che orridi, grotteschi. Non è possibile parlare di tutte le maschere. Basti sapere che dal Gabon si va nel Guatemala, alle Maldive, nel Mali, nel Perù, nel Messico, in Tunisia, nel Bangladesch, nel Bourkina Faso, nel Cameroun, in Somalia, nello Zaire, in Algeria, nelle Filippine, a Bali, e dovunque l’uomo a contatto con la natura ha sentito il bisogno di avvicinarsi alla divinità, quale che questa possa essere, per propiziarsela o per spaventarla.
Evidentemente queste sensazioni, all’inizio forse neppure avvertite consciamente, hanno spinto e motivato Ermes Carassiti, invogliandolo a fare un giro del mondo immaginario e cercare di fermare, ad ogni tappa, le impressioni più suggestive che le maschere di un luogo gli suscitavano. Ha intitolato questo suo giro, e la bella opera che da questo ha realizzato, "Maschere e mistero" perché il mistero c’è e, tutto sommato, è ben celato agli occhi di noi uomini così detti civili che ci vantiamo di una freddezza e di una razionalità che sempre più ci allontana dallo spirito della natura al quale invece l’uomo, così detto primitivo o selvaggio, cercava di avvicinarsi per capirla ed usarlo più che combatterla. Ed allora ha preso forma il suo giro del mondo e via via ha tratto una maschera propiziatrice per i rituali di caccia, una maschera decorativa, una in cui si idealizza la lotta tra il Bene e il Male, ecc. ecc. Si tratta di un itinerario impervio in cui la magnifica forma espressiva e tecnica che vien data al pezzo in ceramica a smalto è frutto esclusivo della sintesi operata dall’autore.
Al limite possono anche non piacere le sue maschere, pur io convinto del contrario, certamente si tratta della conclusione di un impegno che Carassiti ha assunto con sé stesso e che ha portato a termine in modo suggestivo ed encomiabile.
E questo è il pensiero non di un critico d’arte, che tale non sono, ma di un collezionista di maschere giunto ad una sintesi delle proprie impressioni, le più disparate, e cioè che l’uomo, nudo o agghindato, incolto e primitivo, o civile ed erudito, è sempre simile a sé stesso, basta grattarne un po’ la superficie per constatarlo. Mi viene in mente a questo proposito quanto Giovanni Papini scrisse nel 1931 nel suo singolare libro "Gog". Orbene, in un capitoletto, che ha per titolo “Le maschere” ed è datato Nagasaki 3 febbraio (senza l’anno), il protagonista, in occasione dell’acquisto di tre maschere giapponesi antiche, autentiche e meravigliose, è indotto a riflessioni originalissime. Afferma che "I nostri visi veri sembrano smorti e senza carattere, dinanzi a queste creazioni ottenute con un po' di legno e di lacca". E riflette ancora e si chiede perché mai l’uomo si copra tutte le parti del corpo, anche le mani, con i guanti, ed invece non nasconde la faccia che il più spesso è la parte meno bella del corpo. E ciò a differenza degli antichi e dei primitivi che adoperavano ed indossavano maschere negli atti “più gravi e belli della vita”. Sul filo del paradosso afferma ancora che l’uomo, anche quello moderno, dovrebbe avere, così come ha più scarpe, più indumenti, più cappelli, anche diverse maschere da indossare a seconda dell’umore della giornata e delle occupazioni da svolgere nel corso della stessa. Tale comportamento salverebbe ciascuno di noi dal fingere sentimenti che non proviamo perché la faccia di circostanza verrebbe tutta simulata dall’aspetto della maschera a nostra disposizione e non dal viso. Come dire, in altre parole, che così come l’uomo raffinato ha un fornito guardaroba, ed una bella raccolta di scarpe e di cappelli per ogni stagione e circostanza del giorno, dovrebbe anche avere una ricca mascheriera.
E su questo tono il Papini, veramente ineffabile, continua con riflessioni pazze sì ma non del tutto. Perché ho citato questo scritto? Per dire ancora una volta che nella realtà della vita quella della maschera è una realtà esistente ma da noi stessa celata perché l’abbiamo sostituita con la mascheratura dei nostri sentimenti, delle nostre idee, peggio ancora dalla nostra
falsità. Bene ha fatto Ermes Carassiti a fissare nella terracotta il mistero delle sue maschere.

Dalle colline di Modigliana nel gennaio 1994 con tanti auguri per la sua non lieve fatica. 
Francesco Aulizio.

 

    “e altro...”    
esempi di altre opere in ceramica di Ermes Carassiti

Madonna con bambino
Madonna con Bambino
gallo

Gallo

 

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